EMILIO REYNERI con Giovanna Fullin (NEW!)

 

Arriviamo a Bicocca. Dopo Parma, come arriva il trasferimento a Milano?

Quando nasce Bicocca c’era bisogno di avere almeno tre ordinari di sociologia, ma tra quelli che intendevano lasciare via Conservatorio vi erano solo Guido Martinotti e Antonio De Lillo. Vengono dunque a chiedere a me e ad Antonio Schizzerotto. Ero a Parma ormai da quindici anni: ci stavo bene, ma cominciavo a vedere l’aumento di compiti organizzativi, oggi cresciuti esponenzialmente, che richiedevano maggiore presenza; accettare significava inoltre finire con il pendolarismo (anche se da casa a Bicocca impiego quasi un’ora). L’inizio è stato uno shock: quando nell’ottobre 1998 siamo entrati in Bicocca mancavano le sedie e i computer erano rari. Nella divisione dei compiti tra i quattro ordinari a me toccò quello di Direttore di dipartimento e dovetti gestire una struttura nascente con scarsissime risorse non solo finanziarie, ma anche in termini di spazi e personale amministrativo. Ho recuperato le mie nozioni di contabilità e scoperto di avere buone capacità organizzative: però per sei anni è stato davvero un compito impegnativo, molto time consuming, e anche un po’ frustrante, soprattutto all’inizio quando dovevo dire purtroppo molti “no” alle richieste di dotazioni da parte dei colleghi, ma anche successivamente, perché il Dipartimento in fondo si occupava di “salmerie”, mentre le decisioni importanti venivano prese in Facoltà, ove mi capitava non raramente di finire in minoranza (come quando non riuscii a creare le condizioni per far sì che Paolo Barbieri e Stefani Scherer rimanessero in Bicocca).

L’unico compito non meramente amministrativo che come Direttore di dipartimento svolsi verso la fine del mio secondo mandato fu la scelta dei prodotti da inviare al Comitato di Indirizzo per la Valutazione della Ricerca (CIVR) per la prima valutazione della ricerca. Contrariamente a quando poi richiesto dalla Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR), allora i dipartimenti dovevano scegliere un certo numero di libri e articoli da sottoporre alla valutazione. Con l’aiuto di De Lillo e Martinotti, mi assunsi la responsabilità di scegliere una decina di prodotti, che portarono il Dipartimento a risultare primo nelle valutazioni per il settore scienze sociali e politiche. Ma con mia (non grande) sorpresa, la riunione di dipartimento per discutere questo esito cominciò con due dure critiche sulla scelta dei prodotti e proseguì senza grandi riconoscimenti per il lavoro svolto. La forza di un dipartimento ove vi sono molti “primi/e della classe” è anche la sua debolezza, data dall’incapacità di fare squadra.

Tu poi hai fatto parte del gruppo di lavoro che ha valutato la produzione sociologica della prima VQR…

Si, e fu un’impresa ancor più faticosa e stressante, cui ancora una volta entrai quasi per caso. Delle procedure per far parte di questi Gruppo di Esperti della Valutazione (GEV) allora non si sapeva nulla: l’AIS si era ben guardata dall’avvisare i suoi soci, probabilmente nel tentativo di evitare candidature scomode ai due gruppi organizzati che prevalgono nella sociologia italiana, e ne sono una delle principali cause di scarsa crescita scientifica. A fine agosto, al ritorno dalle vacanze, per puro caso entro nel sito del MIUR e trovo la call per far parte dei GEV della VQR: era sufficiente inviare un CV e quindi riesco a candidarmi pochissimi giorni primi della scadenza dei termini. Come mi fu poi detto, dato il livello del mio curriculum la mia candidatura non poteva non essere accolta! Però trovandomi in schiacciante minoranza ho dovuto impegnarmi moltissimo, cercando dapprima di dare una corretta interpretazione alle norme e quindi di evitare il ricorso a referees poco qualificati e per contro di ricorrere il più possibile a referees non residenti in Italia. Soprattutto grazie alla novità del meccanismo e allo scarso tempo a disposizione, che ha impedito ulteriori manovre, ritengo che l’esito di quella VQR sia stato più che buono, arrivando a ben rispecchiare la diversificata realtà della produzione sociologica italiana. Ma tutto ciò mi è costato dodici giorni di ospedale, perché lo stress aveva provocato una caduta delle difese immunitarie. Ciononostante ho diabolicamente perseverato: qualche tempo dopo ho accettato la proposta di far parte del gruppo di lavoro Anvur per la classificazione delle riviste nell’area delle scienze sociali e politiche. Avevo quasi raggiunto la pensione e pensavo che avrei avuto più tempo per un lavoro che si presentava impegnativo. D’altronde per il mio senso di responsabilità non mi sono mai sottratto a compiti di questo tipo (pensa che in un lontano passato ho persino fatto parte di due direttivi dell’AIS!).

Questi due incarichi mi hanno consentito di avere una panoramica della produzione dei sociologi italiani anche al di fuori dell’area economica e il giudizio che ne ho tratto non è affatto positivo. Fatte le dovute eccezioni (gran parte della sociologia economica, i grandi dipartimenti del Nord, alcuni studiosi isolati), la sociologia italiana è ancora molto provinciale, avulsa dai metodi di ricerca e dai temi che prevalgono nelle maggiori riviste internazionali. La grande maggioranza dei sociologi (purtroppo anche quelli più giovani) pubblica capitoli in libri di editori che sono poco più che stampatori e articoli in riviste maison, le cui procedure di referaggio sono più dichiarate che praticate. La sociologia italiana solo in piccola parte è stata investita dall’apertura internazionale, che ormai da parecchi anni ha largamente investito due discipline vicine quali l’economia e la psicologia. Ciò spiega anche le crescenti difficoltà che la sociologia incontra nell’organizzazione dei corsi di laurea nei rapporti con le altre discipline, che vedo corazzarsi e crescere. La sfida vera è nell’internazionalizzazione, non c’è ombra di dubbio: altrimenti prevedo purtroppo una tendenza alla marginalità della sociologia italiana, che i gruppi di potere prevalenti stanno colpevolmente agevolando, come è emerso chiaramente anche dall’esito della seconda ASN. La SISEC è nata proprio per contrastare questa tendenza.

Torniamo a Bicocca. Pensa alle aspettative che avevi quando l’avventura è iniziata e all’esperienza che si è poi rivelata: c’è molta distanza tra loro?

Delle difficoltà iniziali, più serie di quelle che mi attendevo, ti ho già detto, ma una volta superate la struttura amministrativa della Bicocca mi ha consentito di fare ricerca a livello europeo come credo pochi altri Atenei in Italia, non certo quello di Parma da cui venivo. Quanto ai rapporti con i colleghi sapevo di entrare in un contesto molto competitivo, ma con molti di loro la discussione valeva la pena. E mi è dispiaciuto molto non poter discutere più a lungo con Martinotti e De Lillo, che ci hanno lasciato prematuramente, e con Schizzerotto, che ha scelto di tornare a Trento. Non mi illudevo di poter fare attività di ricerca con dei colleghi, visto che i miei amici sociologi economici erano rimasti tutti in via Conservatorio. Però Bicocca mi ha consentito di nuovo, dopo Catania, di avere dei giovani che lavoravano con me in progetti di ricerca e di vederli crescere scientificamente, cosa che non era stata possibile a Parma perché non ho mai amato circondarmi di giovani cui non potevano essere offerte prospettive.

Quanto alla didattica, venivo da esperienze in Facoltà di Scienze politiche e di Economia ove le sociologie si combinavano con molte altre discipline e non erano il cuore del percorso di studi. Queste situazioni mi andavano bene, perché ho sempre pensato che la sociologia dovrebbe stare con altre discipline nei percorsi didattici, in quanto la figura del sociologo “puro” ha solo limitate prospettive, mentre quando la sociologia è inserita in percorsi formativi pluridisciplinari, sebbene con un ruolo non secondario, allora raggiunge il suo massimo potenziale. Mi lasciava perplesso, quindi, un generico Corso di laurea in Sociologia: quando possibile, mi sono impegnato perché fossero introdotti indirizzi tematici.