EMILIO REYNERI con Giovanna Fullin (NEW!)

Poco dopo la pubblicazione di Lotte operaie avvengono due eventi importanti per la tua vita, professionale e non solo…

Devo dire che nei percorsi della mia vita gli imprevisti hanno giocato un ruolo importante. La Scuola di formazione di Sociologia nata pochi mesi dopo la mia laurea è una coincidenza fortuita, così come lo è Catania. Un giorno incontro per le scale dell’Umanitaria Angelo Pagani, che mi chiede: “Vuole andare a insegnare a Catania o a Cagliari?”; mie cognate, studentesse a Catania, avrebbero potuto ospitarmi, così ho optato per Catania. Un po’ meno casuale è l’altro evento quasi concomitante, che attiene al lavoro di ricerca. Grazie a un finanziamento CNR Pizzorno decise di mettere in piedi un vasto progetto di ricerca sulla stagione di lotte operaie nelle grandi fabbriche milanesi. Oltre a Regini e me coinvolse Ida Regalia e Giuliana Carabelli, anche loro uscite dalla Scuola di Sociologia, come gruppo centrale, altri vi lavorarono solo lateralmente. La ricerca durò due anni di lavoro quasi a tempo pieno. Nel frattempo ero professore incaricato a Catania, però potevo andare solo quattro settimane per insegnare e una volta al mese per gli esami; così per tre anni ho fatto il pendolare tra Milano e Catania. Era una situazione un po’ schizofrenica: studiavo le lotte operaie, mentre insegnavo dove di questi movimenti sociali non vi era traccia, il che mi ha fatto capire presto i loro limiti in un’Italia ben più complessa di quanto si credesse allora.

È durante quella ricerca che ho imparato davvero a fare ricerca sociologica. Sandro era molto bravo a motivare le persone, ma durissimo nel pretendere. Alcuni hanno mollato perché stroncava, continuando a porre domande: “Questa è una stupidaggine, cosa vuoi dire? Cosa vuoi dimostrare?”. E’ stata un’esperienza molto formativa, che insegnava a collegare ipotesi astratte a realtà concrete. Si trattava di una ricerca qualitativa fondata su interviste, analisi della stampa, osservazione partecipante. La parte fondamentale, in mancanza di dati già esistenti, fu la costruzione di una griglia di rilevazione delle informazioni, alla quale abbiamo lavorato per mesi definendo più di trenta pagine di griglia per poter analizzare il conflitto nelle dozzine di fabbriche su cui abbiamo lavorato. Mi ricordo ancora una discussione durata una giornata intera su una mia relazione: Pizzorno continuava a interrompermi facendo domande, chiedendomi di specificare meglio. Per me ha rappresentato un esempio di rigore ed una grande scuola, fatta sul campo, non in astratto seguendo lezioni, ma facendo ricerca insieme. Da questa ricerca uscirono dapprima cinque volumi con la storia dei conflitti sindacali dal 1969 al 1971 in dieci fabbriche metalmeccaniche milanesi e un volume di sintesi purtroppo pubblicato solo nel 1978, quando la realtà sociale cominciava già a cambiare, seguito da due volumi in inglese, curati da Pizzorno e Colin Crouch, che comparavano più casi nazionali. Nel frattempo, a metà 1975, mi ero trasferito a Catania, ove scrissi la stesura definitiva dei miei ultimi contributi alla ricerca.