EMILIO REYNERI con Giovanna Fullin (NEW!)

Visto che eri tra gli operaisti, torniamo alle esperienza politiche di quegli anni e al lavoro con gli operai…

Noi eravamo più che altro degli osservatori partecipanti, anche se per qualche tempo ho fatto parte di un gruppuscolo di studenti e neo-laureati che aveva rapporti con operai di qualche fabbrica. Ma la cosa più rilevante è stata l’esperienza di “ricerca partecipata” svolta presso il Centro studi sui modi di produzione, nato sulle ceneri del Centro Franz Fanon e finanziato in parte da Giovanni Pirelli. Per alcuni mesi nella sede del “Crampo” – così era chiamato – alla sera giovani sociologi e militanti politici si incontrarono con impiegati e operai per analizzare l’organizzazione del lavoro in tre grandi imprese milanesi: l’IBM, la 3M e la Magneti Marelli. Io feci la stesura materiale dei rapporti di ricerca, due dei quali furono pubblicati in forma anonima prima dallo stesso Centro e poi sui due primi numeri monografici di una rivista che si può considerare l’antenata di Sociologia del lavoro. Si chiamava Per la critica dell’organizzazione del lavoro ed aveva due redazioni: quella bolognese, coordinata da Michele La Rosa, quella milanese, guidata da Regini e me. C’era anche un corrispondente francese, Pierre Rolle[5]. Purtroppo la collaborazione si interruppe con il terzo numero, quando la redazione bolognese volle pubblicare un lungo articolo sulla vita privata di Rosa Luxemburg!

In quegli anni la questione dell’organizzazione del lavoro nelle grandi fabbriche industriali era al centro dell’attenzione sindacale e politica. Era la stagione del massimo dell’industrializzazione in Italia e l’organizzazione del lavoro era il tema su cui avveniva il conflitto sindacale, molto legato alla questione dei cottimi, dell’organizzazione delle mansioni, della divisione del lavoro. Lotte operaie e organizzazione del lavoro ebbe ben otto ristampe, un vero best seller sociologico, con quasi 15.000 copie. Inoltre diede vita a un filone di studi sull’organizzazione del lavoro, perché successivamente uscirono parecchi altri volumi dedicati all’organizzazione del lavoro in varie fabbriche.

Che giudizio dai di questi scritti, risfogliandoli oggi?

Da un lato, la descrizione della realtà dei modi di organizzazione del lavoro era molto accurata e la capacità di analisi assolutamente di alto livello. Grazie anche alla possibilità di parlare con persone che lavoravano nelle fabbriche che studiavamo. C’erano alcuni impiegati e tecnici, anche di livello dirigenziale, che avevano una conoscenza approfondita della loro realtà lavorativa ed erano in grado di confrontarsi con noi giovani sociologi. È una cosa che adesso è difficile rifare, tenendo conto che per i sociologi la possibilità di entrare dentro le imprese, in Italia, non c’è quasi mai stata, allora meno che mai perché eravamo visti come pericolosi agitatori.

Dall’altro, c’era forte la prospettiva che l’organizzazione del lavoro si potesse modificare, che non dovesse essere necessariamente quella capitalista e si potessero trovare delle forme alternative, fondate sul protagonismo dei lavoratori, cioè che i lavoratori potessero modificare con le lotte l’organizzazione del lavoro. Era un approccio molto ideologico e utopico. Tuttavia, è indubbio che in quella stagione delle modifiche dell’organizzazione del lavoro in alcune grandi fabbriche furono anche frutto delle lotte dei lavoratori e degli accordi sindacali. Inoltre, qualche anno dopo una ricerca che metteva a confronto due fabbriche chimiche in Germania e Francia[6] aveva messo in luce che l’organizzazione del lavoro dipendeva in larga misura da fattori sociali, come l’assetto del sistema formativo, confutando il determinismo tecnologico allora in voga, ben illustrato dal testo classico di Blauner[7], che avevamo studiato alla Scuola di Sociologia.

Da allora non mi sono più occupato di organizzazione del lavoro, anche se quasi venti anni dopo in una relazione a un convegno AIS, poi pubblicata da Stato e mercato[8] e ricordata da Bruno Trentin nel suo diario, sono ritornato sull’idea che l’organizzazione del lavoro dipenda molto da fattori sociali, in un contesto tecnologico che però la rendeva meno eterodossa e senza afflati utopici.

Quali erano i tuoi rapporti con le organizzazioni sindacali a quei tempi?

Lotte operaie e organizzazione del lavoro ebbe una stroncatura da Critica marxista, ovvero dai comunisti ortodossi, secondo i quali la ricerca era stata fatta da sedicenti rivoluzionari sostanzialmente pagati dagli americani; ma fu usato massicciamente dai corsi di formazione sindacale della FLM[9] nei quali, poichè Regini era negli Stati Uniti, sono spesso stato coinvolto io (ci consideravano come una specie di gemelli). Tuttavia si trattava di un’organizzazione in qualche modo eretica rispetto ai sindacati confederali di quegli anni (era diretta da Pierre Carniti, allora nella minoranza CISL, e da Trentin, segretario generale della FIOM, un innovatore all’interno della CGIL).