EMILIO REYNERI con Giovanna Fullin (NEW!)

Torniamo adesso al tuo manuale, meglio noto come “il Reyneri”…

Sociologia del mercato del lavoro, la cui prima edizione è del 1996, ha un antefatto. A parte un opuscolo sul mercato del lavoro italiano predisposto nel 1971 per 150 Ore, collana di dispense promossa dal Centro Ricerche sui Modi di Produzione, non avevo mai scritto qualcosa con un taglio didattico. Nel 1985, appena tornato a Milano, Cella e Tiziano Treu mi chiedono di un capitolo sul mercato del lavoro per la seconda edizione del loro manuale sulle relazioni industriali. Questo capitolo rappresentò anche fisicamente l’antesignano del mio manuale, ma poiché nel 1985 scrivevo ancora a macchina, per avere un testo base su cui lavorare col computer feci una cosa che oggi farebbe ridere: fotocopiai il capitolo e grazie a uno dei primi costosissimi scanner ne feci una copia che poi convertii in formato Word, per avere un’ossatura di partenza. L’avvio della scrittura, il momento più difficile, si realizzo poi grazie alla tranquillità del Nuffield College durante l’anno sabbatico. L’idea del manuale fu in parte legata a esigenze didattiche (a Parma avevo tanti studenti), ma soprattutto al Mulino, editore di tutti i miei libri tranne il primo, dove Giovanna Movia da tempo faceva pressione perché i sociologi economici predisponessero dei manuali. All’inizio l’ipotesi era che Carlo Trigilia ed io facessimo insieme un manuale di sociologia del lavoro e dell’economia: ci siamo trovati a discuterne, ma la bozza di indice predisposta da ciascuno di noi proponeva idee così divergenti che abbiamo deciso di proseguire autonomamente: così io ho scritto il manuale di Sociologia del mercato del lavoro, lui quello di Sociologia economica.

Successivamente hai lavorato a diverse nuove edizioni del manuale, investendoci energie e riscrivendone alcune parti: cosa ti ha motivato, non ti sei mai stancato di farlo?

In buona parte le pressioni dell’editore, che quando le vendite dopo qualche anno calano mi sollecita a scrivere una nuova edizione; inoltre continuo a fare ricerche sul mercato del lavoro e gli studi sociologici sul mercato del lavoro in Italia e in Europa sono cresciuti in misura cospicua; poi anche i problemi cambiano; infine, il buon successo di ogni edizione mi incita a scriverne una successiva. D’altronde, la possibilità di scrivere con il computer rende più facile la riscrittura anche radicale: dalla prima all’ultima edizione l’unico capitolo poco cambiato è il primo dedicato alla natura del mercato del lavoro e agli strumenti per analizzarne gli andamenti.

Quali sono gli autori che ritieni abbiano più influenzato il tuo pensiero?

Quando ero giovane ho letto molto Marx, come tutti i giovani sociologi all’epoca, che mi è servito per la parte sull’organizzazione del lavoro; mi ha influenzato il Trattato di sociologia del lavoro di Friedman e Naville; Pizzorno; Paci con il suo volume Mercato del lavoro e classi sociali (che ha davvero aperto un campo di ricerca in Italia, anche se lui poi non vi si è dedicato molto); i lavori di Michael Piore, sia sull’immigrazione, che sul mercato del lavoro; la grande inchiesta diretta da Duncan Gallie sulla disoccupazione in Gran Bretagna, di cui ho tutti i sei volumi. Ho letto tante altre cose, ma si tratta di influenze meno rilevanti. Ho letto anche i giuslavoristi, da Giugni a Treu, e soprattutto alcuni economisti del lavoro, non solo italiani (questo perché i sociologi del lavoro leggono gli economisti del lavoro, ma non viceversa; credo di essere l’unico sociologo incluso in un manuale di economia del lavoro, almeno per l’Italia non mi risultano precedenti). In un certo momento mi ha interessato molto un articolo di Gallino di critica al processo di modernizzazione e allo sviluppo unilineare, che rilevava il ritorno dell’economia informale: “avanti verso il passato”, come ho intitolato un mio articolo[26].

Nonostante sia in pensione da qualche anno, continui a lavorare molto: non è cambiato nulla rispetto a prima?

In realtà lavoro meno, perché non riesco più a lavorare di notte, come avevo sempre fatto. Non faccio più didattica e confesso che non ne sento la mancanza. Soprattutto non ho più impegni organizzativi. Ciò mi ha permesso di scrivere Introduzione alla sociologia del mercato del lavoro abbastanza in fretta, pur lavorando solo di giorno. Inoltre, vivo diversamente il mio ruolo nel progetto di ricerca europeo cui sto partecipando: non mi sento più di avere un ruolo di direzione, come in passato, ma piuttosto quello di suggeritore. D’altronde anche le giovani sociologhe del lavoro della Bicocca sono cresciute!

Un ruolo simile vorrei avere anche in futuro qualora venisse approvato l’impegnativo programma di ricerca che ho suggerito al mio Dipartimento di proporre nel quadro della competizione tra i dipartimenti di eccellenza varata recentemente dal Miur. Questo programma farebbe recuperare un grave ritardo delle scienze sociali italiane e favorirebbe anche la cooperazione tra molti sociologi del Dipartimento, non soltanto del lavoro.

Per quanto riguarda i progetti futuri, difficilmente dopo aver fatto la quinta edizione del manuale ne farò altre: forse, se qualcuno mi aiuterà… Penso invece che continuerò a fare cose più divulgative, seguendo il format delle Dieci domande. Ho poi ripreso a collaborare al sito www.lavoce.info , dopo una rottura durata quasi tredici anni (dovuta a un contrasto per un commento troppo “economicista”). Ma ancora per un anno, sino alla fine di GEMM, mi sento ancora in una situazione di limbo. Tu mi chiedi da tempo di fare una storia della sociologia del lavoro in Italia, sviluppando una traccia presentata in un convegno. Forse, chissà….