EMILIO REYNERI con Giovanna Fullin (NEW!)

Oltre al viaggio in Germania negli anni Ottanta, quali sono le tue esperienze internazionali che ricordi come maggiormente significative?

Nei primi anni Novanta Michele La Rosa, che aveva un contatto con un responsabile dell’Ufficio Relazioni Internazionali del sindacato sovietico, di formazione sociologica, organizzò un viaggio nell’URSS. Era l’ultimo anno di Gorbaciov: andammo anche a Karkov (oggi Ucraina, ma all’epoca Unione Sovietica), a fare un incontro con i sindacati di una enorme fabbrica di trattori. Cella, che partecipò al viaggio, giustamente ne ricorda il degrado di tutte le strutture, mentre io fui colpito dal dopolavoro di cui fruivano gli operai di questa fabbrica, compendiato da un grande teatro aziendale ove assistemmo a uno spettacolo di balletti.

Una volta rientrato a Milano ebbi occasione di partecipare ad alcuni importanti convegni internazionali: ad esempio quello organizzato dalla Fondazione Rockfeller nella villa Serbelloni, ricordato anche da Gian Primo Cella nell’intervista per il portale SISEC, che portò alla pubblicazione del volume curato da Peter Lang e Regini, dove sviluppai l’idea, avendo vissuto a lungo nel Mezzogiorno, che il mercato del lavoro italiano fosse regolato, più che dalle norme pubbliche e dal mercato atomistico, dalle relazioni sociali informali (questo ben prima che in Italia si conoscessero i lavori di Mark Granovetter); o anche il convegno di Parigi cui non riuscii a partecipare per la nebbia a Linate, ove proposi una relazione sui lavoratori in uscita dalla cassa integrazione poi pubblicata in Sociologie du Travail[18] (e inedita in italiano), nella quale discutevo dell’agire individuale e dei vincoli collettivi che spiegano i comportamenti nel mercato del lavoro.

Però più significativi per le loro conseguenze furono due eventi quasi contemporanei nei primi anni Novanta. Il primo evento è legato all’invito nel 1991 a Poitiers per una relazione sulla disoccupazione di lungo periodo in Italia, suggerito da Arnaldo Bagnasco che con Henri Mendras e Vincent Wright aveva messo in piedi un Osservatorio del mutamento sociale, che organizzava i seminari a Poitiers. Lì conobbi Duncan Gallie[19], che mi coinvolse in un progetto europeo sulla disoccupazione con sociologi ed economisti di diversi paesi. Dopo la mancata elezione a preside a Parma ottenni il mio primo anno sabatico, che trascorsi al Nuffield College da Gallie. Durante il primo mese finii la mia parte del rapporto della ricerca (non so perché non sia stato pubblicato) e poi completai la stesura dei primi due capitoli del manuale (ma poi mi ci è evoluto un altro anno e mezzo per concluderlo). Oltre dieci anni dopo, in occasione del mio secondo anno sabbatico, ho passato un altro term come visitor al Nuffield, ritrovandoci l’atmosfera di incredibile commistione di quiete e di frenetico lavoro, per cui le luci sembrano non spegnersi mai nelle stanze dei fellows e dei dottorandi e nella torre della biblioteca. Ma anche lì non manca la gerarchia tra discipline; come mi disse un simpatico butler in occasione delle consuete feste di fine anno: “Oggi per gli economisti champagne, ieri per voi sociologi prosecco”.

Invece il secondo evento qual è?

Mentre faccio la ricerca diretta da Duncan, Guido Martinotti mi chiede di entrare come delegato italiano nel Management committee del primo programma della Commissione Europea per le scienze sociali. Martinotti, alla Fondazione Europea della Scienza e consulente di Antonio Ruberti – il miglior ministro dell’università che l’Italia abbia mai avuto -, era riuscito a ottenere che i programmi di cooperazione scientifica europea si estendessero alle scienze socio-economiche. Il programma Cost A2 (A1 non è mai esistito) era dedicato a Migration e questo era il motivo per cui mi aveva scelto. Superati gli ostacoli posti per motivi clientelari alla mia nomina da parte del ministero da un burocrate italiano a Bruxelles, cominciai a partecipare ai lavori del comitato, che si riuniva a Bruxelles e in diverse università europee. Questo gruppo è servito a creare delle reti fino ad allora inesistenti tra gli studiosi europei dei movimenti migratori, in particolare per i paesi di nuova immigrazione dell’Europa meridionale. Quanto all’Italia, oltre a coinvolgere la Zincone, che dalla discriminazione verso le donne passò a studiare quella verso gli stranieri, inventai una sorta di newsletter, che inviavo a una quindicina di colleghi: ovviamente cartacea e per posta! Due anni dopo, quando fu lanciata la prima wave dei progetti di ricerca europei dedicati alle scienze socio-economiche, i Targeted Socio-Economic Research (TSER), ero ancora al Nuffield: su suggerimento di Duncan Gallie presentai un progetto sull’immigrazione (che allora non richiedeva quasi nessuno dei molti dettagli ora previsti) e costruii un network, grazie soprattutto a Maria Baganha (delegata portoghese del Cost A2) e a Salvatore Palidda, tornato in Italia dopo un dottorato all’EHSS di Parigi e con buone conoscenze in Europa. Ero così poco convinto del successo del progetto che chiesi a Malcom Cross, sociologo urbano britannico che dirigeva New Community (poi Journal of ethnic and migration studies) e aveva buone relazioni alla Commissione, di unificarlo col suo, ma lui rifiutò. Il risultato fu che il suo progetto non venne approvato e il mio si (l’unico diretto da un italiano con quello di Chiara Saraceno). Ricordo ancora la risata di sorpresa con cui accolsi nel mio ufficio a Parma la telefonata della funzionaria della Commissione che mi dava la notizia!

I tre anni di direzione del progetto MIGRINF (Migrants insertion in the informal economy, deviant behaviour and the impact on receiving societies) non furono però un’esperienza facile. Innanzitutto sul piano amministrativo, perché all’Università di Parma era la prima ricerca europea e non sapevano come gestirla: ho dovuto fare anche il contabile e l’amministratore. Ma anche sul piano scientifico l’impresa fu faticosa, perché il gruppo di lavoro era disomogeneo: oltre ad Alessandro Dal Lago, con un approccio filosofico poco interessato all’analisi empirica, ne faceva parte Abdelmalek Sayad, allievo di Bourdieu, figura importante degli studi sull’immigrazione (a lui è dedicata l’emeroteca del Museo dell’Immigrazione di Parigi), ma tutto concentrato sull’esperienza francese e poco disposto all’analisi comparativa. Fortunatamente ho potuto contare sul contributo, oltre che di Baganha (purtroppo prematuramente scomparsa) anche di Carlota Solé, della Universidad Autónoma di Barcellona, con la quale ho ulteriormente collaborato. L’obiettivo della ricerca fu comunque raggiunto: si trattava di dimostrare che l’immigrazione irregolare nei paesi dell’Europa meridionale non era dovuta tanto alla mancanza di controlli alle frontiere, quanto piuttosto all’effetto di attrazione esercitato dall’economia sommersa dei paesi di arrivo. Una spiegazione ormai da tempo consolidata, ma allora totalmente eterodossa: ciò spiega l’ottima valutazione del rapporto di ricerca da parte dei referees della Commissione, tra i quali vi era Stephen Castels, uno dei maggiori studiosi dei movimenti migratori, con cui poi ebbi occasioni di discussione. Significativi furono anche i risultati in termini di pubblicazioni; alcuni articoli uscirono in un numero speciale del Journal of ethnic and migration studies[20], Maria e Carlota curarono dei volumi sui casi della Spagna, del Portogallo e dell’Italia[21], ma soprattutto ebbe larga diffusione una mia monografia per conto dell’ILO Migrants in irregular employment in the Mediterranean countries of the European Union, in gran parte frutto del progetto (il mio lavoro più citato secondo Publish or Perish, che però inevitabilmente sottostima le pubblicazioni degli anni Settanta)[22]

Accennavi prima ai diversi requisiti richiesti per la redazione di progetti internazionali allora e oggi: in cosa consistono principalmente le differenze?

Più recentemente, quando già ero in Bicocca, ho partecipato ad altri due progetti europei e a un terzo sto ancora ora partecipando. PEMINT (The political economy of migration in an integrating Europe)[23] per diversi motivi ha avuto un esito poco felice (quasi nessuna pubblicazione seria, tranne un articolo del gruppo italiano), ma comunque il merito di formare alcune giovani ricercatrici. Invece, la partecipazione al network of excellence EQUALSOC (Economic Change, Quality of life and Social Cohesion)[24], oltre a consentire di inserire alcuni giovani ricercatori della Bicocca in una importante rete di sociologi europei, quella dell’ECSR che si ispira all’approccio di John Goldthorpe, mi ha posto per la prima volta di fronte alla procedura che ormai regola le pubblicazioni scientifiche anche in sociologia, quella del double blind review. Come sai, visto che eri coinvolta nel progetto, abbiamo speso molto tempo e molto impegno per riuscire a far pubblicare due special issues, frutto del lavoro dei gruppi di ricerca di EQUALSOC, in due importanti riviste internazionali. Da allora mi è stato chiesto di fare referaggi da parte di molte riviste internazionali e, finalmente, anche le migliori riviste di sociologia italiane hanno cominciato ad attuare seriamente questa procedura.

In poco più di un quarto di secolo il mondo della ricerca sociologica in Europa è profondamente cambiato. Ai tempi di Cost A2 non soltanto le comunicazioni erano molto difficili (era la stagione dei fax), ma soprattutto le conoscenze reciproche erano scarse e le reti di relazioni quasi inesistenti. Tranne eccezioni, i sociologi italiani erano assenti sulla scena europea e non avevano accesso alle riviste internazionali. Andare per dei periodi all’estero, frequentare convegni internazionali, era cosa rara. Ma sia pure in minor misura questa ciò valeva anche per tedeschi, per i olandesi, spagnoli: è il mondo che è cambiato, da questo punto di vista.

A tuo parere i progetti internazionali restano esperienze preziose per la ricerca?

Certamente, anche se in Europa l’attività di ricerca è diventata più burocratizzata e molto più competitiva. Riflettendo sulle esperienze passate con i progetti europei e quella attuale con GEMM[25], progetto sull’inserimento degli immigrati nei mercati del lavoro europei, direi che il livello scientifico si è senza dubbio alzato, ma si è complicata enormemente la parte amministrativa: ora la stesura di un progetto richiede settimane di lavoro e grande attenzione ai dettagli. Tra le cose che appesantiscono il lavoro vi è la richiesta di giustificare la ricerca scientifica nei confronti della pubblica opinione, con attività di divulgazione attraverso appositi siti web: l’idea dell’utilità pubblica anche della ricerca sociale di base è giusta, ma il peso dato alla dissemination mi pare eccessivo.

Tuttavia i progetti europei rappresentano ancora occasioni utilissime per la formazione dei percorsi dei giovani ricercatori, anche perché alcuni prodotti riesci a farli solo se sei dentro un progetto del genere. È vero che ora puoi anche stabilire le relazioni indipendentemente, ma se vuoi fare qualcosa di comparativo i progetti internazionali sono fondamentali e comparare è uno degli aspetti fondamentali del lavoro del sociologo. È un vecchio richiamo durkheimiano: comparare significa comprendere.